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domenica 23 settembre 2012

Lampone

Habitat
Si sviluppa nelle zone montane caratterizzate da terreni acidi,ricchi di sostanza organica. È distribuito in tutta l'Europa centrale e settentrionale, nell'Asia nord occidentale e nell'America settentrionale. In Emilia Romagna si trova al margine e nelle radure di boschi di faggio dove svolge un'attiva colonizzazione. Predilige le zone lasciate scoperte dalla vegetazione arborea, in cui diventa invadente grazie alla sua capacità pollonifera. Lo si trova dai 7OO-8OO m di quota fino al limite delle aree occupate dalle specie superiori.

DESCRIZIONE BOTANICA
Il lampone è un piccolo arbusto che può svilupparsi in altezza da 7O-8O cm fino a 1OO-2OO cm. Il fusto è ricoperto di piccole spine e le foglie sono costituite da 3-5 foglioline leggermente seghettate ai margini. La lamina superiore è verde mentre quella inferiore è bianca-argentea. I fiori, raccolti in racemi sono bianco rosati. Il frutto è una piccola drupa di colore rosato che diventa rossa alla maturazione. In questa fase si stacca dal ricettacolo che resta sulla pianta.

Varietà
Esistono diverse cultivar di lamponi che si differenziano per l'adattabilità all'ambiente, i caratteri morfologici delle piante e dei frutti. Secondo alcuni ricercatori i caratteri principali per valutare una cultivar di lampone sono i seguenti:
- buona adattabilità all'ambiente,
- buona produttività,
- resistenza alle malattie e ai parassiti,
- media attività pollonifera e buona vigoria,
- assenza di cascola e sgranabilità dei frutti,
- maturazione uniforme,
- colore dei frutti dal rosso chiaro al rosso brillante,
- forma rotondeggiante e resistenza dei frutti alla manipolazione e alla conservazione,
- idoneità al consumo fresco e alla surgelazione.
Per la coltivazione in ambiente montano le cultivar devono germogliare e fiorire in stagione medio tardiva. Vi sono varietà che fioriscono e producono solo su tralci (unifere); altre invece (rifiorenti) producono una prima volta sulla estremità del pollone dell'anno (autunno) e una seconda volta sulla porzione rimanente del ramo (estate sucessiva). Si riportano tabelle riassuntive del periodo di maturazione e raccolta e delle caratteristiche di alcune cultivar. (Tabelle tratte da "Frutti Minori" Regione Emilia Romagna)

TECNICA COLTURALE

Terreno
Preferisce terreni fertili, freschi, ricchi di sostanza organica e una percentuale di calcare attivo che non può superare il 5-6 %. Il pH ideale è circa 6-6,5. Le piante sopportano bene il freddo e questo permette di coltivarle anche a quote elevate. Resiste bene anche alle alte temperature estive anche se occorre irrigare per evitare di compromettere lo sviluppo dei tralci e la dimensione dei frutti.
Propagazione
Il lampone si moltiplica mediante polloni radicali staccati dalla pianta madre dal mese di novembre al mese di marzo, cercando di non rompere le radichette. Si può moltiplicare anche per propaggine semplice e propaggine apicale; quest'ultima permette di ottenere risultati migliori soprattutto se si esegue nel mese di agosto -settembre. In primavera le nuove piantine potranno essere staccate dalla pianta madre e piantate a dimora.

Allevamento
La messa a dimora delle piantine si effettua da novembre a marzo dopo aver apportato 5OO ql ad ettaro di letame. È consigliabile comunque il periodo autunnale per avere una pronta ripresa vegetativa all'inizio della primavera. Le piante, dopo la messa a dimora, vanno tagliate a 2O-3O cm dal suolo.
Il sesto di impianto è di 2,5 m tra le fila e di 5O cm lungo la fila ed è bene non scendere al di sotto di queste distanze.
Esistono due sistemi di allevamento, a "V" e a controspaliera. Nel primo caso i pali di sostegno vanno posti a 7-8 m l'uno dall'altro e serviranno per sostenere i cavetti che mantengono in posizione eretta i tralci.
Le traverse che sostengono tali cavetti non devono essere fisse in modo da poterle alzare ed abbassare per mantenere all'interno dei cavetti anche i nuovi polloni.
Nel secondo sistema i pali di sostegno vanno posti a 5-6 m di distanza l'uno dall'altro e su di essi vanno fissati 2 fili, possibilmente plastificati, posti all'altezza di 6O-8O cm e 15O-16O cm. Su questi vanno legati i tralci La potatura va differenziata fra cultivar unifere e rifiorenti.
Nel primo caso le piante producono sui tralci formatisi nella stagione precedente, e quindi vanno eliminati i rami vecchi che hanno già prodotto, mentre vanno diradati i nuovi polloni lasciandone solo 7-8 per metro accorciandoli al di sopra del secondo filo avendo cura di salvare quelli meglio lignificati.
Questa operazione va effettuata dopo la raccolta o in inverno, mentre in primavera inoltrata è opportuno eseguire la spuntatura dei tralci dell'anno. Vanno eliminati i germogli fruttiferi che crescono al di sotto dei 6O-/7O cm. Per le cultivar rifiorenti si dovrà procedere alla potatura in due fasi: la prima volta in inverno eliminando la porzione di tralcio che ha prodotto, e la seconda volta dopo la fruttificazione, che si realizza l'estate successiva, togliendo tutto il ramo.
Alcuni ricercatori suggeriscono, per ridurre i costi di manodopera, di effettuare un'unica produzione tagliando raso tutte le piante dopo la fruttificazione autunnale, ottenendo ugualmente una buona produzione. In primavera si eseguiranno diradamenti dei polloni.
La concimazione si effettua prevalentemente con letame e con concimi di sintesi solo se necessario. Le concimazioni azotate si effettuano alla ripresa vegetativa e dopo la raccolta. Nella fase di produzione si può eseguire l'inerbimento dell'interfila lavorando solo il filare, ricorrendo all'irrigazione per garantire un'uniformità di produzione.

Avversità Le principali avversità vengono riportate nella tabella a fianco tratta da "FRUTTI MINORI", Ed. A.R.F.E.R.

UTILIZZAZIONE
I frutti di lampone sono molto delicati e deteriorabili ed è quindi necessario ridurre le manipolazioni. Vengono selezionati, confezionati e refrigerati nel più breve tempo possibile. La produzione di un ettaro può raggiungere i 7O-12O q di prodotto fresco. La raccolta si effettua quasi sempre a mano a causa della mancanza di cultivar idonee per la raccolta a macchina. I frutti possono essere utilizzati allo stato fresco o surgelati e possono servire per la preparazione di confetture.

Giuggiolo



HABITAT

Il giuggiolo è una pianta arborea originaria della Cina Settentrionale o come sostengono alcuni autori, della Cina centro-occidentale; è presente in Asia centrale (Afghanistan). È spontanea in Pakistan, Mongolia, Armenia. In Italia è presente soprattutto nelle regioni meridionali dove si trova talvolta naturalizzata o subspontanea.

DESCRIZIONE BOTANICA
Il giuggiolo è un albero o un piccolo arbusto da frutto di altezza compresa fra i 2 e i 5 metri con casi di piante alte anche 8 metri. L'apparato radicale è fascicolato, molto sviluppato con fusto contorto di colore grigio scuro.
La pianta ha ramificazione tortuosa con le branche principali vigorose di colore rosso bruno.I giovani rami di colore verde, sono penduli e flessibili presentando a livello dei nodi un paio di spine,una lunga e diritta e una corta e ricurva. Con l'invecchiamento i rami cambiano colore diventando rosso bruno come il tronco.
I rami laterali hanno andamento scorpioide e si originano all'ascella delle foglie, portano rami fioriferi con alla base 1 foglia e 2 spine; i rami di prolungamento sono formati dall'asse centrale che differenzia ai nodi 1 foglia con due spine. La pianta presenta branche secondarie e ramificazioni con andamento a zig zag, portanti ad ogni nodo delle protuberanze dalle quali ogni anno emergono i nuovi germogli recanti foglie e fiori ascellari.
Le protuberanze si ingrossano ad ogni ciclo vegetativo, diventando dei tubercoli legnosi con le cicatrici dei precedenti assi.
Il rinnovo della vegetazione avviene in corrispondenza dei centri di crescita posti agli apici dei rami e la fruttificazione sempre negli stessi punti. Le foglie hanno forme ovato-oblunghe, lunghe circa 4-5 cm, finemente dentate, sono poste in modo alterno sui rami; sono glabre (prive di peli), lucide e con corto picciolo.
I fiori piccoli e insignificanti, sono riuniti in numero di 2-9 all'ascella delle foglie e compaiono alla fine della primavera. Il frutto è una drupa ovale, o sferica di colore rossastro o bruno, con polpa bianca e un corto picciolo. All'interno del frutto trova posto un nocciolo allungato e a volte appuntito contenente due semi. Il sapore della polpa inizialmente è acidula, diventando dolce a maturazione.

BIOLOGIA E STADI FENOLOGICI

Il risveglio vegetativo avviene alla fine di maggio.La fioritura è scalare iniziando all'inizio di giugno e terminando alla fine di luglio, inizio di agosto. Anche la maturazione è scalare e avviene con il fenomeno dell'invaiatura, cioè con la comparsa sui frutti verdi di piccole macchie bruno marrone, che via via diventano sempre più grandi. I primi frutti maturi compaiono fra la fine di agosto e gli ultimi di ottobre. L'indurimento del nocciolo si verifica nei 4O-5O giorni dopo la piena fioritura mentre la maturazione del frutto avviene dopo 12O-13O giorni. La fioritura sullo stesso ramo è asincrona, iniziando dai boccioli fiorali basali e proseguendo verso quelli apicali. Da studi fatti da Arkman e Donno, sembra che gli insetti non abbiano nessuna influenza sull'impollinazione. La deiscenza del polline avviene all'apertura del fiore mentre la recettività dello stigma, l'emissione del nettare, nel corso del secondo giorno. Il periodo di fertilità è di circa 2O-24 ore. Elevata è la presenza di frutti partenocarpici (prodotti senza l'intervento della fecondazione) posizionati quasi sempre alla base del rametto, e in alcune annate questo fenomeno può arrivare al 95 %. Vi sono cultivar di giuggiolo completamente autosterili. Causa il diverso momento della fioritura, il breve periodo di recettività dello stigma e la presenza di cultivar autoincompatibili e una fertilità poco elevata, la percentuale dei frutti allegati è bassa (1-2 %). Si raggiungono allegagioni del 3O % con impollinazione incrociata tra cultivar fiorenti nei diversi momenti della giornata. Solo queste cultivar con impollinazione incrociata hanno semi sviluppati ed embrioni normali. I frutti partenocarpici sono privi di semi e i frutti provenienti da autofecondazione contengono una percentuale bassa di embrioni.

Varietà
Le varietà di giuggioli presenti in natura sono numerose ed è difficile precisarne il numero. In Cina nel XVII secolo ne sono state segnalate circa 43. Un pò in tutto il mondo sono stati fatti lavori di miglioramento genetico ottenendo diverse cultivar e/o cloni diffusi nelle nazioni di appartenenza. La classificazione principale delle cultivar in Italia avviene in funzione delle forme dei frutti: cultivar a frutto tondo, cultivar a frutto lungo.
Le caratteristiche per le cultivar "a frutto lungo" sono le seguenti:
- forma subpiramidale tronca, allungata all'apice;
- buccia colore rossiccio, lucida, con spessore consistente.
A maturazione eccessiva dei frutti questa diventa grinzosa schiacciandosi sul nocciolo. A questo stadio diventa facile separarla dalla polpa.
- Polpa di colore bianco crema, tenera, aromatica di sapore gradevole, ben aderente al nocciolo.
- Nocciolo appuntito.
- Dimensioni del frutto:
altezza da 2 a 2.9 cm
larghezza da 1,6 a 2 cm
spessore da 1,5 a 1,8 cm
Il peso di cento frutti freschi si aggira fra i 33O e i 4OO gr.
Le caratteristiche per le coltivazioni "a frutto tondo" sono le seguenti:
- forma subsferica;
- buccia di colore bruno rossiccio, molto lucente e di minor spessore rispetto alla cultivar precedente, separabile dalla polpa;
- polpa colore bianco crema, verdastra nei frutti non completamente maturi, tenera, aderente al nocciolo;
- cavità peduncolare: chiusa e ben suberificata.
- Dimensioni del frutto:
altezza 1.5-2 cm
larghezza 1,4-2 cm
spessore O,6-O,7 cm
Il maggior numero di cultivar sono presenti in Unione Sovietica, in Cina e negli Stati Uniti. Interessante è la cultivar cinese"Li" dove 3O, 4O frutti pesano 1 Kg.

TECNICA COLTURALE

Condizioni climatiche
I climi migliori per lo sviluppo del giuggiolo sono quelli temperato caldo, con una lunga stagione estiva, anche se con poche precipitazioni. La pianta in riposo vegetativo non teme le basse temperature, resiste anche a -25°C con danni minimi. Le temperature estive, anche di 4O°C, non arrecano nessun danno. Risultano invece pericolose le temperature intorno ai 0°C o sotto nei mesi autunnali, e per questo motivo l'areale di coltivazione viene ad essere limitato soprattutto per alcune cultivar.
Terreno
Il giuggiolo è sempre stato conosciuto come pianta valorizzatrice di suoli aridi ed incolti. Non predilige terreni eccessivamente argillosi, alcalini, con fenomeni di ristagno idrico, sui quali subisce ritardi di crescita o scarso sviluppo (stenta a crescere).

Propagazione
Per ottenere molte piante si può ricorrere sia alla moltiplicazione sia alla riproduzione con seme. L'impiego di seme è una tecnica non molto utilizzata in quanto, come si è visto nei paragrafi precedenti, non sempre si hanno frutti con semi fertili. La germinabilità del seme è collegata all'andamento climatico e al periodo di allegagione dei frutti (giugno è il mese migliore), se i semi provengono da auto o interfecondazione. Inoltre le piante ottenute da seme sembrano più lente nella loro crescita. I semi per germinare impiegano, in condizioni naturali, spesso 2 anni e per accorciare questi tempi si ricorre alla stratificazione in sabbia umida con temperature di 2O-25°C per 3-4 settimane; alla scarificazione con ac. solforico conc. per 2-6 ore e stratificazione a 5°C per 6O-9O giorni; rimozione dell'endocarpo o scarificazione (incisione meccanica esterna) con ac. solforico per 2-4 ore, seguita da trattamento con ac. gibberellico a 4OO ppm per 24 ore. Emergenze precoci ed uniformi si ottengono con irraggiamento con raggi gamma (O,5-5 Krad) ottenendo dal 6O% al 98% di germinazione. La semina si esegue normalmente in primavera e comunque sempre dopo la fine dei freddi. La moltiplicazione mediante il prelievo di talee semilegnose nel mese di giugno da buoni risultati. Queste dovranno essere prelevate dai rami basali, avere lunghezze di 1O- 15 cm e trattate con ormoni radicanti come IBA a 5O mg/l per 1O ore, messe in sabbia a 2 cm di profondità e coperte con fogli di plastica per ridurre l'evapotraspirazione. Buoni risultati si ottengono impiegando i polloni radicali di cui la pianta è ricca. Si possono prelevare in autunno o in giugno e trattati sempre con IBA 1OOO ppm. È possibile moltiplicare il giuggiolo anche con la margotta di ceppaia. Risultati negativi si hanno ricorrendo alle talee legnose e semilegnose provenienti da rametti fruttiferi. Le piante possono poi essere innestate con innesto a gemma eseguito in primavera su portainnesti franco. Le marze si dovranno prelevare nei mesi di febbraio e gennaio dagli assi principali. Nel 1983 sono state fatte prove di micropropagazione in vitro con risultati positivi.

Tecniche di allevamento

La forma di allevamento più comune in Italia è quella ad alberello o a forma libera. Il giuggiolo lo troviamo spesso appoggiato ai muri di vecchie case o in mezzo a boschetti, con forme svariate di sviluppo, ad alberello o a cespuglio. In Cina e nell'ex Unione Sovietica l'allevamento del giuggiolo è stato oggetto di studio. Si allevano in vaso libero con distanze comprese fra i 5-7 metri. Non si eseguono nessun tipo di irrigazione, di concimazione e lavorazione del terreno. In Cina sono state fatte prove di allevamento con piante compatte su file binate (2x2x4 mt). Un anno dopo l'impianto vengono impalcati a 7O cm di altezza. Nell'estate successiva si effettua poi un taglio di ritorno sulle branche laterali con accecamento della gemma terminale. Vengono salvaguardate le branchette secondarie. Al quarto anno si procede alla decorticazione degli assi principali, trattando l'impianto con GA 1O ppm. Si effettua la potatura estiva. Con questa tecnica di allevamento l'altezza dei giuggioli rimane al di sotto dei 3 metri, con forte aumento della produzione ed una precoce entrata in fruttificazione. Una pianta può produrre sui 3O-5O Kg di frutti. La forma di allevamento più diffusa in Italia è quella a piramide. Gli americani trattano con etilene (1OO ppm per 2 giorni a 2O gradi cent.) o con ethaphon (1OOO ppm per 2 min.) i frutti, prima dell'invaiatura( cambiamento di colore) per uniformarne la maturazione. I frutti si possono anche conservare in frigo cercando di non fare scendere la temperatura sotto i 3°C.

Avversità
Fra i patogeni abbiamo il Gleosporium spp, un antracnosi che provoca sui frutti delle piccole macchie scure e rotonde che si affondano leggermente nell'epidermide raggiungendo un diametro variabile tra i 4 e i 6 mm. Con l'avanzare della malattia i frutti colpiti cadono a terra. Sono stati inoltre segnalate la Botrytis cinerea Pers. che provoca marciume dei frutti ed avvizzimento fogliare; la Phakopsora zizyphi vulgaris Diet., o ruggine del giuggiolo, segnalate in Cina, Giappone, Florida; la Cercospora jujubae Clow in India e negli Stati Uniti; la Phillosticta zizyphi Thorm in Portogallo e Stati Uniti. Una batteriosi che provoca il tumore del colletto è provocata da Agrobacterium tumefaciens (Set T) Conn.. Tra gli insetti si trova la Carpomya vesuviana (Costa) e C. incompleta (Beck), due mosche molto simili che in Italia compaiono con una sola generazione all'anno.
L'adulto verso la fine di luglio depone le uova sotto l'epidermide del frutto provocando dei fori con l'ovopositore. La larva si nutre della polpa scavando delle gallerie nel frutto. Al termine del suo sviluppo esce all'esterno creando un foro abbastanza grande. Le giuggiole colpite maturano parzialmente e precocemente cadendo poi a terra. Un lepidottero, Carposina sasa Kii Mats. è stato il fitofago più pericoloso in Cina, andando a distruggere una percentuale elevata di raccolti. Altri insetti sono la Cydia molesta, Ceratitis capitata. In Cina è stata anche segnalata una virosi che provoca dei mosaici sulle foglie.


UTILIZZAZIONE DEI FRUTTI

I frutti del giuggiolo si possono consumare sia freschi sia essiccati. Si possono utilizzare per preparare marmellate, sciroppi e dolci. In Cina rappresentano un ingrediente per la preparazione di pani, bevande, dolci e canditi. Il contenuto in zuccheri e proteine è simile a quello dei fichi. Molto rilevante è la quantità di vitamine B1, B2, C e P. Nella farmacopea popolare vengono utilizzati per uso esterno per le proprietà lenitive ed antinfiammatorie, come emolliente ed espettorante.

Azzeruolo

HABITAT
Originario dell'Asia minore si trova spontaneo e quindi allo stato selvatico oppure oggetto di coltivazione in tutti i paesi del bacino del Mediterraneo, in alcuni paesi dell'Africa settentrionale e nel meridione della Russia. Venne introdotto in Europa nel 16OO. È una pianta rustica che non ha problemi di clima e di terreno e può essere coltivato in tutte le regioni italiane fino all'altitudine di 8OO-1OOO m al nord e 12OO-14OO m al centro-sud. Le regioni italiane nelle quali tale specie è più diffusa sono la Liguria, il Piemonte, la Toscana, l'Emilia Romagna e la Sicilia
DESCRIZIONE BOTANICA


La specie presenta sensibili differenze tra una pianta e l'altra dovute ad incroci spontanei avvenuti tra piante cresciute allo stato selvatico. È una pianta di modeste dimensioni che può raggiungere i 5-6 m di altezza, di aspetto talvolta cespuglioso. L'apparato radicale delle piante nate da seme si presenta sufficientemente sviluppato, consentendo una buona resistenza alle prolungate siccità. Il tronco presenta una corteccia di colore che varia dal grigio chiaro al marrone scuro a seconda delle varietà. I rami principali si sviluppano irregolarmente e si presentano in qualche caso ricchi di nodi e di numerosi rametti secondari. I rami di 1-2 anni presentano una corteccia di colore variabile dal grigio chiaro al grigio scuro e al marrone scuro rispettivamente nell'azzeruolo rosso, bianco o giallo. I rami delle piante spontanee di azzeruolo rosso presentano robuste e pungenti spine che rendono difficoltosa la raccolta.

Le foglie dell'azzeruolo bianco assomigliano a quelle del biancospino portando spesso due stipole a contorno seghettato; la pagina fogliare, di colore verde intenso, manifesta una laciniatura (suddivisione del lembo fogliare) che può arrivare in qualche caso fino alla nervatura principale. Nell'azzeruolo rosso la foglia è intera, di forma ovale, verde nella pagina superiore e più chiara in quella inferiore. Il contorno fogliare è seghettato ed il picciolo è sprovvisto di stipole.
Nell'azzeruolo giallo le foglie sono grandi, ovali, prive di stipole, di colore verde lucente. I fiori sono riuniti in corimbi che sviluppano all'apice dei rametti di 1 anno. Sono piccoli, bianchi, ermafroditi e per ogni corimbo sono presenti circa 2O fiorellini. La fioritura avviene fra la seconda decade di maggio e la prima decade di giugno. I frutti sono di forma appiattita, con buccia di colore arancione, rosso e giallo chiaro in funzione delle varietà. La polpa del frutto maturo è tenera, di colore giallo crema o verde chiaro di sapore dolce acidulo gradevole.
Varietà
Come si è già detto si conoscono tre varietà di azzeruolo. L'azzeruolo bianco o moscatello, è una pianta mediamente vigorosa con portamento semi eretto, rami privi di spine. Entra in produzione a partire dal quarto anno di impianto. I frutti sono di pezzatura medio grossa, 1O-15 g di peso, leggermente appiattito e con buccia di colore bianco tendente al giallo pallido. La polpa con il frutto in piena maturazione è tenera, dolce e gradevole. L'azzeruolo rosso, detto di Romagna, ha portamento espanso con rami muniti di spine. Entra in produzione verso il quarto-quinto anno d'impianto. Il frutto è di colore rosso solo in piena maturazione, di forma rotondeggiante e di peso compreso fra gli 8 e i 1O g. La polpa è soda e di colore bianco verdastro con sapore dolce acidulo. L'azzeruolo giallo, detto del Canada è una pianta vigorosa e portamento semi eretto e con rami senza spine. Fiorisce 8-1O giorni prima rispetto alle altre due varietà. I frutti sono piccoli, tondi e di pezzatura superiore alle bacche del biancospino. La buccia e la polpa sono di colore giallo. Il sapore del frutto è dolce, poco acidulo, di consistenza farinosa. La pianta entra in produzione verso il quarto-quinto anno dall'impianto.
TECNICA COLTURALE

Propagazione
La riproduzione mediante seme è possibile solo per le varietà a frutto rosso e giallo. Le piante che si ottengono sono destinate a parchi e giardini con scopo ornamentale o per ottenere dei nuovi portainnesti. I semi dell'azzeruolo bianco spesso non germinano. La tecnica più diffusa di moltiplicazione è quella per innesto. L'azzeruolo si può innestare su: - biancospino; è il portainnesto più indicato per la buona affinità, la rusticità e la capacità di adattamento di questa specie alle diverse condizioni climatiche e di terreno; - cotogno, sul quale la pianta presenta vita molto breve e fenomeni di disaf-finità; - franco, sul quale si ottengono piante vigorose e con buona affinità di innesto; - nespolo e pero selvatico, sui quali raramente si innesta causa frequenti fenomeni di disaffinità. Le tecniche di innesto utilizzate sono quelle a triangolo, a doppio spacco inglese e a corona.
Terreno
La pianta cresce su tutti i tipi di terreno preferendo quelli asciutti, di medio impasto tendente allo sciolto, con pH neutro o leggermente alcalino. Rifugge i terreni compatti, umidi o soggetti a frequenti e prolungati ristagni idrici. Predilige esposizioni a sud-est o a sud-ovest. Vegeta anche nei terreni dotati di scarsa fertilità e resiste a temperature invernali di -25°C. La messa a dimora della pianta avviene nel mese di novembre, a poca profondità e con la zona di innesto fuori terra, spuntandola all'altezza di 1,5 m e legandola ad un paletto tutore. È consigliabile apportare sostanza organica al momento dell'impianto.
Allevamento
La forma di allevamento è quasi sempre libera con impalcatura delle prime branche all'altezza di 1-1,5 m. Con questo sistema gli azzeruoli bianco e giallo raggiungeranno un'altezza di 5-6 m con forma a fuso mentre l'azzeruolo rosso non supererà i 4 m assumendo una forma globosa. La potatura nella fase di allevamento avrà lo scopo di mantenere in equilibrio lo sviluppo delle branche che formeranno la chioma. I polloni di ceppaia e i rami avventizi dovranno essere mantenuti tagliati. La potatura di produzione viene eseguita ogni 2-3 anni sfoltendo la chioma ed eliminando i rami vecchi, rotti o colpiti da qualche malattia. Si sconsiglia la lavorazione del terreno in quanto le radici sono superficiali. Si esegue quasi sempre l'inerbimento con falciatura periodica dell'erba.
Avversità
Sono stati riscontrati attacchi di afidi.


UTILIZZAZIONE DEI FRUTTI

La maturazione dei frutti avviene in maniera uniforme. L'azzeruolo giallo matura e si raccoglie dalla seconda decade di agosto mentre il bianco e il rosso dalla prima alla seconda decade di settembre. La raccolta dell'azzeruolo bianco si esegue all'inizio della fase di maturazione per evitare lo schiacciamento del frutto e il distacco del picciolo con parte di polpa. L'azzeruolo rosso va raccolto quando il frutto manifesta sull'intera superficie il colore rosso. Con il terreno inerbito è possibile eseguire la raccolta dei frutti caduti per terra. La conservazione dei frutti può avvenire in frigorifero a 3-4 gradi per un periodo di 3O-35 giorni. La conservazione dei frutti fuori dal frigorifero è limitata a 2-3 giorni. I frutti vengono consumati allo stato fresco oppure per la produzione di marmellate, gelatine, sciroppi, distillati.

Cotogno


Habitat
È originario di una zona vasta a Nord dell'Iran e delimitata dal Mar Caspio e della catena Caucasica. È coltivato in tutti i paesi del bacino del mediterraneo. In Italia viene coltivato in quasi tutte le regioni.

DESCRIZIONE BOTANICA
Il cotogno è una pianta arborea alta fino a 6-7 m con una chioma che può raggiungiere una larghezza di 5 m. L'apparato radicale è superficiale, il tronco è contorto con corteccia bruno nerastra e con rami giovani finemente pelosi.
Sui rami di 1-2 anni la corteccia è liscia di colore marrone scuro. Le foglie sono ovali, oblunghe, stipolate, consistenti di colore verde scuro sulla pagina superiore e ricoperte di una peluria grigia inferiormente.
I fiori si formano sui rametti corti dei rami di 1 o più anni, sono bianchi o rosa pallido con diametro di 4-5 cm. La fioritura è tardiva e avviene dopo quella del pero e del melo verso la fine di aprile, prima metà di maggio. Il frutto è di dimensioni variabili, di forma rotondeggiante e oblunga, talvolta gibboso ed irregolare, molto profumato e giallo alla maturazione.
È ricoperto di una fitta peluria di colore castano chiaro che si elimina facilmente quando il frutto è maturo. La polpa è di colore giallo chiaro consistente,non molto fine e di sapore poco dolce, acidulo e molto astringente per l'elevato contenuto in tannino. I semi sono numerosi, hanno forma irregolare e spesso sono raggruppati insieme per effetto di formazioni mucillaginose.

Varietà
Il cotogno viene spesso definito impropriamente come melo e pero con i quali non ha niente a che fare. Il cotogno da frutto non va confuso con i comuni cotogni selezionati per fare portainnesti del pero, del sorbo, del nespolo, dell'azzeruolo etc. Le varietà di cotogno sono numerose e per facilità vengono classificate in due gruppi:
- frutti a forma di mele con le varietà di Portogallo, di Tencara, di Mallesca;
- frutti a forma di pera: gigante di Vranic, De Le Scovatz, De Berecsk, di Smirne.

TECNICA COLTURALE

Propagazione
Si ricorre alla semina solo se servono piantine per fare dei portainnesti. Generalmente si utilizza la tecnica dell'innesto. I portainnesti possono essere piante di biancospino che riducono la vigoria e lo sviluppo del cotogno formando un grosso callo nel punto di innesto; il cotogno da seme o le selezioni di cotogno di provenza, BA29, CTS212; il pero e l'azzeruolo.
Anche con la talea legnosa, prelevata in ottobre-novembre e lunga 2O-3O cm, unitamente ad una porzione di ramo portante, dà origine a nuove piantine. Vengono spesso utilizzate la radicazione dei polloni e la propaggine.

Terreno e Clima
Il cotogno avendo apparato radicale superficiale risente della siccità persistente. È sensibile al calcare del terreno. Predilige terreni freschi, profondi, permeabili, ricchi di sostanza organica e senza ristagni idrici. La pianta non soffre le brinate tardive in quanto la fioritura avviene in ritardo. Sopporta temperature invernali anche di -3O°C

Allevamento
L'impianto si esegue in posizione soleggiata da novembre a marzo. Le lavorazioni del terreno devono essere superficiali e dove è possibile irrigare si può ricorrere all'inerbimento del terreno. La forma più adottata di allevamento del cotogno è quella ad alberello o libera con l'impalcatura a 15O cm dal terreno. La pianta entra in produzione al 3°-4° anno dall'impianto.

La potatura di produzione deve avvenire con un numero di tagli ridotti limitandosi ad asportare i rametti danneggiati e quelli troppo fitti; questa operazione spesso si esegue ad anni alterni. Una potatura razionale, eseguita annualmente spesso riduce l'alternanza di produzione.
Andranno periodicamente asportati i ricacci di polloni dal ceppo che si verificano quando si usano portainnesti come il biancospino e il cotogno. L'apporto di letame è sempre consigliabile.

Avversità
Normalmente non si riscontrano grossi attacchi fungini e parassitari. Le malattie che colpiscono il cotogno sono le stesse del melo.Si segnala la presenza di carcocapsa o verme dei frutti ai primi di luglio o di agosto. La monilia deturpa i frutti colpiti.

Corniolo

HABITAT
È originario dell'Asia minore e dei territori caucasici. Cresce spontaneo in quasi tutti i paesi dell'Europa centro meridionale e in quasi tutte le regioni dell'Italia, ad eccezione della Sicilia e Sardegna. Cresce spontaneo nei boschi di latifoglie fino ad altitudini di 1OOO-12OO m slm. Manca nella penisola Iberica.

DESCRIZIONE BOTANICA
È un arbusto o un albero a foglie caduche, di modeste dimensioni, alto da 1 a 6 m. L'apparato radicale è molto sviluppato con un breve fittone e numerose radici laterali. Il fusto è ramificato contorto,con corteccia liscia di colore grigiastro nei rami giovani diventando screpolata con fessurazioni rossastre nella fase adulta. Le gemme a legno sono appuntite, poco evidenti, portate all'ascella delle foglie sui rami di un anno mentre le gemme a fiore sono rotondeggianti e di dimensioni maggiori rispetto a quelle a legno.
Le foglie sono picciolate, ovali-appuntite, opposte, di un colore verde intenso nella pagina superiore e di un colore più chiaro nella pagina inferiore. Il bordo fogliare è liscio. In autunno assumono colorazione rosso scuro conferendo alla pianta un aspetto ornamentale. I fiori di colore giallo, sono riuniti in ombrelle con 15-3O fiori per infiorescenza e compaiono da febbraio ad aprile (in funzione dell'altitudine) con una durata della fioritura di circa un mese.
La fioritura precede l'emissione delle foglie di circa 15-2O giorni. L'impollinazione è entomofila e la deiscenza (apertura) delle antere segue l'apertura del fiore. La percentuale di allegagione è molto bassa, probabilmente dovuta all'autoincompatibilità dei fiori maschili con quelli femminili oppure a un rapido abbassamento delle temperature che spesso si verificano nel mese di marzo. Il frutto è una drupa oblunga di colore rosso con polpa rossastra, succosa e un nocciolo legnoso di forma allungata contenente un solo seme.

Varietà
In Italia non esistono studi varietali sul corniolo. Si segnala la presenza delle seguenti varietà:
- aurea, grande arbusto con foglie sfumate di giallo;
- elegantissima, arbusto di media taglia con foglie variegate di giallo e rosa vivo, a crescita lenta e soggetta ad ustioni da sole;
- macrocarpa, con frutti grandi;
- variegata, con foglie a margine bianco

TECNICA COLTURALE

Propagazione
Propagazione Si riproduce facilmente per seme, eseguendo la semina nei mesi di novembre dicembre in semenzaio, e dopo un periodo di 18 mesi, dal seme nascono le piantine. Per ridurre il tempo di germinazione del seme si ricorre alla stratificazione a 3-4°C per 8-9 mesi e poi successiva semina in primavera; stratificazione in ambiente caldo a 25°C per 4 mesi seguita da un trattamento al freddo, a 1-5°C, per un periodo compreso fra 1 e 4 mesi.
Le piantine una volta nate e sufficientemente grandi da poter essere manipolate possono essere trapiantate in vivaio dove rimarranno per un periodo di 2-3 anni. Il corniolo si può moltiplicare per talea prelevando talee semilegnose o erbacee prelevate nella prima metà di agosto e trattate con IBA all'1.
In autunno si possono prelevare i polloni che si formano alla base dell'albero o mediante innesto su piante di sanguinello (Cornus sanguinea). Se l'impianto viene eseguito con piante innestate si consiglia di mettere ogni 2 piante da innesto una pianta da seme, al fine di favorire l'impollinazione. L'impianto si esegue in autunno o in primavera ponendo le piantine ad una distanza di 2,5-3 m e avendo cura di non interrarle troppo.
La forma di allevamento più adottata è quasi sempre quella ad alberello. Nella fase di allevamento si cerca di favorire la formazione della prima impalcatura all'altezza di 8O-1OO cm tagliando con la potatura invernale tutti i rami che si svilppano sull'asse centrale sotto questa altezza.
Si dovrà procedere al mantenimento di una chioma equilibrata, mantenendo potati i polloni aerei e con la potatura verde, cimando i rami a legno, che dovranno costituire l'impalcatura della pianta e che si presentano troppo vigorosi andando a rompere l'equilibrio vegetativo.
Nella fase di allevamento si dovrà avere cura di sfoltire la chioma tagliando i rami vecchi e deboli, quelli con attacchi parassitari o fungini e quelli presenti in soprannumero.
Si dovrà fare attenzione all'esecuzione di tagli sui rami molto grossi per le difficoltà di cicatrizzazione della pianta. Le esigenze nutritive del corniolo sono limitate, importante è l'apporto di sostanza organica nei terreni poveri.

Terreno e Clima
Il corniolo è una specie molto rustica, vegeta bene sui terreni calcarei, profondi, fertili, senza ristagni idrici. Sviluppa anche su terreni argillosi, acidi, su suoli poco profondi, siccitosi o troppo umidi rallentando lo sviluppo della pianta e diminuendo la produzione dei frutti. Durante la fase giovanile la pianta richiede molta luce.
È resistente alle basse temperature invernali sopportando anche temperature di -2O -25°C. La pianta è poco resistente al freddo durante il periodo di fioritura e temperature di solo 4-5°C possono compromettere l'impollinazione e l'allegagione dei frutti.
Questo fenomeno è più frequente nei terreni esposti ad est e a nord-est. Temperature molto elevate e lunghi periodi di siccità provocano un arresto di vegetazione e, una prolungata siccità determina una caduta anticipata delle foglie.

Corbezzolo

HABITAT

Tipica pianta della macchia mediterranea, si trova nell'Italia centrale, meridionale e nelle isole. Cresce nella zona costiera della Francia meridionale, nella Spagna mediterranea e lungo le coste Atlantiche, nel Portogallo, lungo le coste del Marocco, dell'Algeria e della Tunisia, le coste mediterranee della Turchia. Il corbezzolo spesso forma delle macchie in purezza impenetrabili. Le macchie di corbezzolo sono indice di suoli silicei, sabbiosi, acidi e di esposizione fresca. Cresce fino a 8OO-1OOO m slm. Fra tutte le piante della macchia mediterranea il corbezzolo è la pianta meno esigente per quanto riguarda le temperature. Vegeta bene in consociazione con le eriche, il lentisco, il mirto, il rosmarino ed il leccio. In Emilia Romagna è presente nella parte orientale fino ai 4OO m slm. È una pianta di grande importanza forestale per la rapidità con cui cresce dopo gli incendi.

DESCRIZIONE BOTANICA

È un arbusto sempreverde di buon vigore vegetativo che in condizioni ottimali di clima e terreno può assumere portamento arboreo. L'altezza della pianta può variare da 1 m a 10 m. L'apparato radicale è espanso e pollonifero, il fusto ha corteccia ruvida e striata di colore rossastro con numerose ramificazioni assurgenti tortuose e folte. Le foglie sono alterne, obovate o lanceolate coriacea lucente nella pagina superiore e pallida in quella inferiore. Il margine è crenato, seghettato e il picciolo è corto e robusto. I fiori sono ermafroditi di colore bianco o rosa, riuniti in racemi composti, penduli all'estremità del ramo dell'anno.

Il periodo di fioritura è compreso fra ottobre e dicembre. Il calice è munito di 5 dentini e la corolla è a orciolo penta dentata. I frutti di colore rosso arancio sono prodotti dai fiori dell'annata precedente. Il frutto è una bacca globosa, sferica e appiattita alla cavità peduncolare, granulosa e tubercolata. La polpa è giallo aranciato uniformemente distribuito dall'esterno all'interno, di sapore dolce a maturità con gradevole retrogusto acidulo. Al suo interno presenta numerosi piccoli semi. L'emissione di nuovi germogli ha inizio tra la fine di marzo e l'inizio di aprile proseguendo fino alla fine di giugno. Nei mesi più caldi soprattutto nei climi aridi si verifica una stasi vegetativa riprendendo la vegetazione con le primne pioggie autunnali. Da dicembre a febbraio la pianta è in completo riposo vegetativo. Le infiorescenze appaiono dall'inizio di luglio e la fioritura avviene in autunno insieme alla maturazione dei frutti. Ogni racemo presenta 4-7 ramificazioni con 15-3O fiori ogni grappolo. L'impollinazione è entomofila (dovuta ad insetti).

Varietà
I caratteri che permettono di distinguere le varietà botaniche del corbezzolo sono i fiori e le foglie. In base alla forma e alle dimensioni dei fiori abbiamo 2 varietà botaniche: - "Typica", con foglie del fusto obovate, bislunghe e nei polloni largamente ovali e sub rotonde. La varietà è caratteristico di tutto l'areale mediterraneo. - Angustifolia, con foglie lanceolate larghe 1O, 15 mm e lunghe 4-6 cm a denti brevi ed irregolari. è tipica della Corsica. Altre varietà sono la Integerrima Sims. con foglie intere completamente bianche, forma arbustiva lenta a crescere; la varietà Rubra Ait., con fiori rosa vivo e abbondanti frutti; la varietà Croomi Hort. con fiori rosa e la varietà quercifoglia con foglie fortemente seghettate.

TECNICA COLTURALE

Propagazione
Il corbezzolo si può riprodurre per seme e moltiplicare mediante talea e polloni radicali. La semina si esegue in autunno con germinazione dei semi nella primavera sucessiva. Il trattamento al freddo del seme a 1-5°C per 3O-6O giorni favorisce il germogliamento. Molto diffusa è la tecnica di moltiplicazione mediante l'impiego di polloni radicali che isolati dalle radici in poco tempo danno origine ad una nuova pianta. La moltiplicazione per talea avviene mediante il prelievo di talee semilegnose lunghe 7-1O cm nei mesi di giugno-luglio. Le talee vengono trattate con IBA a 25OO ppm e poste a radicare in ambiente con umidità relativa intorno al 95 %. È possibile ricorrere anche alla tecnica dell'innesto.

Clima e Terreno
Il corbezzolo cresce bene nelle zone soleggiate riparate dai venti freddi su terreno non calcareo, sabbioso ricco di humus, leggermente acido. Le giovani piante soffrono il freddo nei periodi invernali e nelle zone a clima freddo vanno protette con paglia o altro materiale. Le piante adulte sopportano bene anche i freddi intensi.

Allevamento
Le giovani piantine si piantano nei mesi di marzo-aprile. La forma di allevamento più usata è quella libera ad alberello o a cespuglio. Le potature sul corbezzolo non sono quasi necessarie. Si interviene diradando i germogli troppo fitti, tagliandoli nel mese di aprile a livello del ramo che li porta. Il corbezzolo è privo di rami anticipati. L'accrescimento vegetativo annuale e il rinnovo della vegetazione avviene nel tratto apicale di ogni ramo quasi sempre in corrispondenza delle ultime 3-4 gemme. La parte basale dei rami tende così a spogliarsi, mancando di rinnovamento vegetativo. Il corbezzolo è una pianta sempreverde con foglie dell'anno precedente che cadono man mano che si formano quelle nuove. La formazione del corimbo fiorale all'apice dei rami dell'anno, provoca l'arresto di ogni accrescimento vegetativo.

Avversità
Fra le avversità di natura fungina segnalate abbiamo:
- La cercospora molleriana che si manifesta con macchie nere a contorno rotondo od irregolare spesso confluenti tra loro e occupanti parte o tutto il margine fogliare. Con l'avanzare della infezione queste macchie si seccano e nella zona centrale assumono un colore biancastro;
- La septoria unedonis, produce su entrambe le facce fogliari delle macchie a contorno angoloso di colore bruno-rossastro o violaceo. A maturazione del fungo queste macchie si presentano nella loro zona centrale di colore biancastro;
- Elsinoe mattirolianum, produce sulla pagina superiore delle foglie delle pustole rilevate di pochi mm di diametro, circondate da un alone di colore rosso o marrone. Al centro si nota una zona bianco-grigiastra;
- Coryneum microstictum, produce sulla pagina superiore delle foglie delle alterazioni caratterizzate da una zona centrale biancastra.
Questa zona è circondata da un anello scurissimo delimitato da un alone marrone rossiccio. Sulla pagina inferiore l'alterazione appare uniformemente marrone. Successivamente queste zone diventano necrotiche.
Tra gli insetti che attaccano il corbezzolo abbiamo:
- Euproctis chrysorrhoea, un lepidottero che compie una sola generazione all'anno. In giugno-luglio compaiono gli adulti i quali, dopo l'accoppiamento, depongono le uova nella pagina inferiore delle foglie o anche sui rametti. Le larve vivono gregarie rodendo le foglie e lasciando intatte le nervature e una epidermide. Questi resti vanno rapidamente a costituire dei nidi sericei entro il quale possono vivere anche diverse centinaia di larve. I nidi sericei vengono irrobustiti per superare l'inverno. Nelle zone a clima mite le larve escono anche in inverno per nutrirsi a danno delle foglie;
- Celerio lineata livornica, provoca defoliazione.

UTILIZZAZIONE DEI FRUTTI

La pianta di corbezzolo viene speso impiegata a scopo ornamentale per il colore delle foglie, dei frutti e dei fiori presenti in contemporaneo. Viene spesso utilizzato per il rimboschimento ed il consolidamento delle dune costiere. Il frutto è largamente impiegato per usi alimentari. Il frutto è ben maturo quando ha raggiunto una colorazione rosso intensa (in questo stadio sono quasi sempre in terra). Il frutto non maturo è asprigno e insipido. Con i frutti si possono preparare marmellate, canditi o bevande alcoliche. I frutti di corbezzolo sono molto buoni se ben zuccherati con aggiunta di limone e di un buon liquore. I fiori sono visitati dalle api e il relativo miele è molto saporito e tipicamente scuro. Le foglie giovani dell'anno hanno proprietà astringenti, antisettiche, diuretiche ed antinfiammatorie; contengono un glucoside, l'arbutine, usato come disinfettante del tratto urogenitale.

Castagna

Storia
I frutti, contenuti in un riccio che a maturazione si apre in quattro valve, sono rivestiti da un pericarpo liscio e coriaceo il cui colore varia dal marrone chiaro al bruno scuro. All'interno, rivestiti di una sottile pellicola (episperma), si trovano due cotiledoni di polpa bianca, sapida, dolce, nutriente, energetica, digeribile se masticata a lungo.
Nella Valle del Senio per castagna si intende comunemente quella secca mentre la castagna fresca è comunemente conosciuta come marrone perché nella zona è predominante da tempo quest'ultima varietà pregiata di castagna. Il marrone presenta queste caratteristiche: pezzatura superiore; fruttificazione prevalente a uno o due soggetti per riccio; frutto senza solchi approfonditi nella massa cotiledonare; pericarpo di tinta brillante chiara, marcato da striature di tinta più scura; episperma sottile, non approfondito nei solchi cotiledonari e facile a staccarsi; pasta farinosa, zuccherina, consistente, saporita, resistente alla cottura.

Dice il Mattioli: "Sono le castagne frutto notissimo à tutta Italia e similmente gli alberi che le producono, nondimeno in Toscana solo sono le domestiche e le selvatiche. Le domestiche facilmente si mondano, e sono di questo in prezzo a quelle, che si chiamano Marroni, per essere molto più grosse, e molto più belle dell'altre. Nelle montagne ove si ricoglie poco grano, si seccano su le grati al fumo, e poscia si mondano, e fassene farina: la quale valentemente supplisce per farne pane. Ristagnano le Castagne, e massime le secche, valentemente i flussi stomachali, e del corpo, e vagliono à gli sputi di sangue. Peste con mele, e con sale, s'applicano utilmente in su 'l morso del can rabioso.
Risolvono le durezze delle mammelle, impiastratevi suso con aceto, e farina d'orzo. Provocano al coito, per essere molto ventose. Mangiate abondatemente ne i cibi, fanno dolere la testa: generano ventosità, stitticano il corpo, e son dure da digerire. Ma quelle, che s'arrostiscono sotto alla cenere, rimettono assai del nocumento loro, mangiate poscia con pepe, e con sale, over con zucchero.
La scorza interiore delle castagne, che rosseggia, bevuta al peso di due dramme con vino brusco, ristagna tutti i flussi grandi del corpo, e parimenti gli sputi di sangue, e con il pari peso di limatura d'Avorio ristagna anchora i mestrui bianchi delle donne, e massimamente bevuta con acqua di fiori di nenufaro bianco".
Anche il modenese Giacomo Castelvetro, nei suoi appunti londinesi, si è dilungato sui tanti modi di cuocere le castagne,che più di altri frutti gli ricordavano l'Appennino emiliano romagnolo:
"Abbiamo noi le castagne che questa nazione non ha, le quali volendole mangiare, a diverse maniere si cuociono, se bene ancora crude se ne mangi; ma i più, cocendole, le arrostiscono, poste in una padella pertugiata sopra la vampa del fuoco, o sotto le calde ceneri, e con sale e con pepe le mangiamo; e invece del zucchero, che qui usano, noi usiamo il succo d'aranzi.

Se ne cuociono poi in acqua sola, e queste chiamansi lesse, le quali vengono più da fanciulli e dalla bassa plebe, che dagli uomini civili e maturi, mangiate.
Ne cuociamo ancora in ottimo vin bianco dolce, nel quale avendo alquanto bollite, di quel si tranno e si pongono a seccare al fumo; e così acconcie son fuori di modo buone, e chiamansi biscottelli, e per tutto l'anno si conservano. Se ne secca molta maggior quantità pure al fumo, senza cuocerle, poste sopra graticci; e poi, mondate, si conservano due anni e più; e le nostre donne di queste quando vengono le rose, delle più grosse, che sono i marroni, parte guardano (conservano) in ceste overo in casse con foglie di rose, ove diventano tenere e odorifere molto. Delle altre così secche, ma più picciole, ne fan farina e pane, ch'è molto dolce, ma anzi che non insipido.
Altri avendole fatte un poco in acqua assai calde stare, levano da quelle la seconda corteccia e poi ne fan diversi mangiari, cocendone nel fior di latte; e son molto buone; e n'empiano i capponi, le oche e i galli d'India che vogliano arrostire, con susine secche, uva passa e pane grattugiato. Migliaia dè nostri montanari di questo frutto si cibano in luogo del pane, il quale o non mai, overo di rado, veggono.
Quando essi han dovizia di castagne e di latte, poco si curano di pane né di vino, e quivi si veggono uomini ben fatti e robusti, quantunque in vita loro non vedessero mai pane". Sembra dunque avere fondamento un antico detto che, giocando su un palese doppio senso, sosteneva: "I marroni fanno forte la razza".
Certamente castagne e marroni hanno salvato la "razza montanara", assicurandone la sopravvivenza da novembre a marzo sotto le tante forme alimentari che il bisogno aveva saputo inventare: aròst, balôs, castrôn, spasimanti, cuciàrol e così via, e non a caso il castagno è chiamato anche "l'albero del pane".
Per questo la popolazione montanara seguiva passo passo la crescita e la maturazione delle castagne, verificando la corrispondenza tra il ciclo della natura e il calendario liturgico, a cominciare dalla fioritura: Par San Jacum e Sant'Ana,/ e liga la castâgna (Per San Giacomo e Sant'Anna (25 e 26 luglio)/ allegano i fiori di castagno).
Le castagne, come ricorda la saggezza popolare, cominciano a formarsi a metà agosto, festa dell'Assunzione della Vergine: Par Santa Maria/ la castagna la cria, e per San Matteo, 21 settembre, si possono mangiare le prime castagne bianchicce (ma si dovrebbe dire i primi marroni), estraendole a forza dai ricci: Par San Matè/ o s-mâgna i cè.
Ma è per San Luca, 18 ottobre, che la castagna giunge a maturazione, come annuncia il proverbio: Par San Loca,/ la castâgna la s'plòcca (Per San Luca,/ la castagna si pilucca). Ovviamente castagne e marroni, così conosciuti e consumati, sono entrati in tutte le espressioni della cultura popolare romagnola, a cominciare dagli indovinelli: E pêder lungagnô,/ la mêder spinusêla,/ la fjôla tânta bêla,/ che tot la vò spusê (Il padre spilungone,/ la madre spinosetta,/ la figlia tanto bella,/ che tutti la vogliono sposare). Come è naturale, visto il nome e la forma dei marroni, di indovinelli se ne trovano anche col doppio senso: E pôver Pipistròch,/ a caval d'do bròcch,/ u-i chesca i su calzôn,/ e mostra isu marôn (Il povero Pipistroch,/ a cavallo di due rami,/ gli cascano i suoi calzoni,/ mostra i suoi testicoli).

Tra i modi di dire troviamo Fè un marôn, cioè commettere una grossa sciocchezza, un errore marchiano e Cavè la castagna da è fog con la zampina de gât (Togliere la castagna dal fuoco con la zampa del gatto), nel senso di fare qualcosa a proprio vantaggio lasciando i pericoli agli altri. Per quanto riguarda il simbolismo il castagno rappresenta la giustizia, sembra perché ai suoi frutti, gustosi ma celati sotto una scorza dura e spinosa, si deve rendere giustizia quando si assaggiano. Nel linguaggio blasonico il castagno lo vediamo accennato come indice di virtù nascosta, di resistenza, di virtù e di fede inalterabili.
Tuttora castagne e marroni vengono consumati freschi o secchi, lessati o arrosto, canditi o come ripieno del tacchino o in torte e confetture. Le castagne secche bollite sono emollienti pettorali, mentre le castagne lessate, passate attraverso il setaccio, possono essere propinate ai bambini con la diarrea.
La farina di castagne secche è un ottimo sostitutivo di pane, patate, pappe e dolci. Oltre ad essere un alimento altamente nutritivo, ma sconsigliato ai diabetici per l'alto contenuto in glucidi, la castagna è utile a quanti soffrono di stati di avitaminosi e a coloro che abbisognano di un apporto minerale. Parimenti essa è un prezioso alimento per coloro che, superato un periodo di debilitazione, devono recuperare le forze perdute.
Anche in cosmesi le castagne vengono in soccorso dell'uomo (e della donna): l'acqua di cottura delle foglie e delle bucce nell'ultimo risciacquo ridona ai capelli morbidezza e lucentezza, oltre un vago tono ramato. Le castagne lessate, sbucciate, liberate dalla pellicina, passate al setaccio, unite ed amalgamate con acqua, latte o olio di mandorle dolci, a seconda dei casi, svolgono un'azione detergente, schiarente ed emolliente.